Questa sera ci vediamo a casa di J., ragazzo trans che ci vuole raccontare la sua storia

Questa sera abbiamo intervistato J., un ragazzo trans di 29 anni che ha deciso di raccontarci alcune riflessioni che ha fatto sulla sua storia.

Qual è la quotidianità di un giovane ragazzo trans?
Naturalmente, posso solo parlare a titolo personale.
La mia quotidianità non è nulla di diverso dalla quotidianità di qualunque altra persona della mia età: studi, amicizie, sogni.
L’unica differenza è un forte senso di frustrazione e lesione della privacy ogni volta che bisogna tirare fuori un documento o dare i propri dati anagrafici, cosa che accade molto più spesso di quello che può sembrare a chi non dà peso alla cosa. L’iter burocratico in Italia – contrariamente ad altri paesi – è lungo e costoso, e prevede il passaggio per avvocati e tribunali.
Questo si traduce in un disagio ogni volta che devo andare in posta, iscrivermi ad un corso o in palestra, rapportarmi con la Pubblica Amministrazione, sottoscrivere un contratto telefonico o recarmi a colloqui di lavoro, giusto per citare alcuni esempi.

In che modo potrebbe essere resa più agevole la vita delle persone trans?
Innanzitutto, c’è sicuramente bisogno di tanta informazione.
Negli ultimissimi anni, la transessualità ha iniziato ad entrare nelle dinamiche del dialogo mainstream: riviste, articoli di giornale, serie TV, documentari, strumentalizzazioni politiche… Se ne parla, insomma. Ma è ancora tutto troppo poco e troppo astratto; è più ideologia che fatti concreti.
Credo sia necessario far capire alla gente che la persona trans è il loro parente, la loro vicina, il loro collega. Siamo molto di più della battutina da bar dello sport o dello stereotipo perverso: siamo persone con una vita e una dignità, come tutti, tra tutti.
Imprescindibili a tal fine l’istruzione nelle scuole, la formazione nel settore pubblico e privato, la divulgazione nei media, la militanza delle associazioni, l’impegno di politica e istituzioni, la buona volontà da parte dei singoli individui di informarsi, di provare a comprendere e ad agire rispettosamente, educando anche il prossimo, quando necessario.

In secondo luogo, c’è l’aspetto a cui accennavo prima – quello burocratico, i cui passaggi sono decisamente troppo lunghi ed onerosi.
La normativa che regola la rettificazione di attribuzione di genere – datata 1982 – è obsoleta e nebulosa, soggetta ad interpretazione, e necessita di essere rivista al più presto, per snellire almeno in parte un percorso già di per sé complesso e faticoso, che non necessita di inutili fardelli ulteriori.
Il nostro documento d’identità è ciò che ci legittima come cittadini, che dà noi accesso alla vita pubblica, che dichiara inoppugnabilmente chi siamo e, di conseguenza, quali porte ci sono aperte.
Un documento difforme da ciò che siamo, come quello che noi persone trans solitamente siamo costrette a portarci dietro per anni, quando non per una vita, ci rende clandestini nella nostra patria, vulnerabili ad innumerevoli potenziali violazioni della privacy, e ci fa sentire spesso come sporchi impostori, pur non avendo colpa alcuna.
Molti dei passaggi che costituiscono l’iter legale (come ad esempio, appunto, la rettifica anagrafica) potrebbero invece essere tranquillamente gestiti tramite delle pratiche amministrative, con un risparmio incalcolabile di energie, tempo e denaro.

Quando hai capito di essere trans?
Non c’è un momento specifico in cui si “capisce” di essere trans. Ognuno di noi costruisce la propria identità durante tutto il proprio percorso di vita, e per le persone trans non è diverso.
La difficoltà sta nel riuscire a svincolarsi da imposizioni sociali ed iniziare a viversi per ciò che si è, in un mondo in cui gli stereotipi di genere sono ancora profondamente radicati, e in cui di identità di genere e transessualità si parla poco e male. Man mano che si buttano giù queste barriere, ci si avvicina sempre di più al proprio io, e questo può portare anche alla necessità di compiere un percorso di transizione.
Quando avviene tutto questo è assolutamente soggettivo e dipende dal vissuto di ognuno e dal suo contesto sociale e temporale.
Personalmente, la sensazione di disagio, di essere in un involucro estraneo da me e limitante, risale ai primissimi anni di vita, fino a che io riesca a ricordare. Prima di riuscire a dare un nome ed una soluzione a tutto questo, però, ho impiegato diversi anni di auto-analisi, terapia psicologica e lavoro interiore.

Hai parlato di stereotipi di genere. Che cosa significa vivere la propria infanzia e adolescenza in un ruolo di genere femminile e poi passare ad uno maschile?
Molte aspettative vengono riposte nei confronti di ognuno di noi dal momento in cui nasciamo, se non prima, e questo solo sulla base dei genitali che mostriamo di avere.
Quando sono nato, sono stato “marcato” con una F, e, naturalmente, questo ha influenzato tutto il mio percorso di vita.
Sono sempre stato piuttosto atipico come femmina. Anche esteriormente, sono sempre stato molto androgino. Non ho mai subito particolari pressioni da parte della mia famiglia rispetto al ruolo di genere che ci si aspetta normalmente da una femmina, ma sicuramente la società nel suo complesso ha delle aspettative nei tuoi confronti: esteticamente, devi essere bella, depilata, curata; caratterialmente, devi essere in una certa misura sottomessa all’uomo, portare avanti la tua vita in funzione sua.
Iniziare un percorso di transizione non ti catapulta istantaneamente da un genere all’altro, ma implica un graduale processo di transizione anche sociale che prevede spesso pure un periodo ibrido in cui si può essere percepiti come donne, uomini o nessuno dei due in modo netto.
Ora sto cominciando a “passare” (nel gergo, significa essere riconosciuti dalla società come appartenenti al genere di elezione) sempre più spesso, ma non ho ancora avuto modo di sperimentare grosse differenze nell’atteggiamento altrui nei miei confronti. Mi capita spesso di leggere testimonianze di altri ragazzi FtM (Female-to-Male) che parlano di acquisizione del “privilegio maschile”.
Credo sia importante per noi ragazzi trans, in quanto “neo-uomini”, evitare di liberarci dallo stereotipo femminile solo per cadere trappola di quello maschile. Grazie alla nostra esperienza e consapevolezza, possiamo fare la differenza ed essere uomini migliori.

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